Iran. Disertiamo la guerra!

IL’attacco di Stati Uniti ed Israele all’Iran ha innescato un’escalation bellica che sta incendiando l’area tra il Mediterraneo e il Golfo Persico.

Una deflagrazione a livello globale appare sempre più vicina.

Il rischio per chi si oppone al regime teocratico iraniano in una prospettiva internazionalista, di classe ed antipatriarcale è che il regime, indebolito dopo l’insurrezione di gennaio, si rinforzi di fronte agli attacchi.

A Stati Uniti ed Israele non importa nulla delle aspirazioni di libertà costate non meno di ventimila morti e diecimila prigionieri politici a chi ha scelto di sfidare la Repubblica islamica.

Trump non mira ad un cambio di regime che risponda alle istanze degli insorti e delle insorte perché gli è sufficiente strappare accordi favorevoli in campo energetico.

La posta in gioco per gli Stati Uniti è il controllo delle risorse e dello stretto di Hormuz, l’isolamento della Russia, la fine del commercio di idrocarburi con la Cina.

Israele prova a regolare i conti con Hezbollah, facendo leva sulle divisioni tra gli sciiti libanesi.

È un’operazione azzardata, specie se il governo israeliano non si accontenterá di controllare la striscia sino al fiume Litani, tentando un’operazione di terra più in profondità, che potrebbe essere molto impegnativa sul piano militare e foriera di nuove proteste ed iniziative disfattiste su quello interno. Netanyahu si muove sul filo del rasoio, con una mossa calcolata per arrivare con posizioni più forti alle elezioni. Il governo del Likud e dei suoi alleati dell’estrema destra religiosa punta sull’espansione in Cisgiordania e sulla guerra per evitare una bocciatura alle urne, che decreterebbe la fine politica del premier e dell’attuale alleanza di governo. Tuttavia la carta del compattamento di fronte ad un nemico storico rischia di risultare logora specie se il conflitto non sarà breve: dal Nord del paese, colpito da una pioggia di missili, fuggono nuovamente a migliaia.

Il 30% della popolazione di Israele, quella più povera, non ha rifugi sicuri contro le bombe.

Le guerre commerciali dell’amministrazione Trump non hanno sortito gli effetti sperati, erodendo parte del consenso raccolto promettendo il ritorno all’età dell’oro, con gli States nuovamente perno dell’economia mondiale.

I sondaggi indicano una secca perdita di consensi che potrebbe risultare disastrosa alle elezioni di midterm.

L’amministrazione Trump, dopo il colpo di mano in Venezuela, gioca ancora una volta la carta militare, perché è l’unico ambito in cui mantiene un’indubbia superiorità sui propri competitors più forti.

Un azzardo non privo di rischi, come dimostrano i tragici esiti delle guerre scatenate dagli States in Iraq ed Afganistan. Paesi dove la potenza militare statunitense ha consentito una vittoria sul campo che si è mutata in sconfitta, perché la ferocia dell’occupazione militare, l’assenza di solidi alleati, che solo massicci investimenti a fondo perduto avrebbero potuto garantire, ha portato a ritirate che dimostrano l’incapacità statunitense di attuare i propri progetti coloniali.

L’Iran non è il Venezuela. Lo dimostrano gli attacchi ben più forti ed incisivi rispetto alle pantomime attuate durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno.

Non solo.

A quindici giorni dall’inizio di questa nuova cruenta fase del conflitto, gli Stati Uniti e Israele, pur avendo inflitto durissimi colpi all’apparato militare iraniano, massacrando oltre mille civili, non appaiono in grado di controllare la situazione. Il tentativo di usare le milizie curde iraniane sinora è stato respinto al mittente dalla neonata coalizione dei partiti dell’area curdofona dell’Iran.

Il caos sistemico cui probabilmente punta Trump potrebbe incrinare le alleanze statunitensi nell’area, che già oggi sono meno solide che in passato.

Basti pensare ad un paese come la Turchia, uno storico alleato che ormai da tempo si muove in proprio, sostenendo attivamente le fazioni palestinesi che fanno riferimento ad Hamas in Palestina, alleandosi con Al Jolani in Siria e regolando i conti con l’opposizione curda. Oggi la Turchia si candida al ruolo di perno dell’area in chiave neottomana, in diretta concorrenza con Israele.

In Iran l’opposizione politica e sociale internazionalista, di classe e anarchica si oppone alla guerra. La guerra di Trump e Netanyahu non è combattuta in loro nome. La morte del tiranno non porta alla fine della dittatura, perché solo la lotta di chi, dal basso, prova a spezzare l’ordine clericale e patriarcale, può aprire reali orizzonti di libertà, innescando un processo rivoluzionario.

Le bombe israeliane e statunitensi massacrano la popolazione civile mentre un regime sempre più sanguinario e feroce priva del cibo i prigionieri politici e li usa come scudi umani nelle basi militari.

Gli anarchici iraniani si oppongono alla guerra e al regime.

Disertor e obiettor* israeliani hanno appoggiato l’insurrezione in Iran e si oppongono alla guerra. 

A loro va il nostro sostegno.

Nel nostro paese si sono viste piazze animate da alcuni settori di esuli inneggiare all’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.

In altre piazze, promosse dalla variegata sinistra italiana, sono sventolate le bandiere della Repubblica islamica e immagini di Khamenei.

Segnali inquietanti.

È un momento buio.

L’Italia, da anni piattaforma logistica per la guerra in Ucraina e a Gaza, oggi ha un ruolo nevralgico nel supporto alla guerra in Iran.

Le basi di Sigonella e il Muos di Niscemi hanno un ruolo centrale nelle operazioni di intelligence bellica.

La fregata missilistica Martinengo è stata dislocata a Cipro, aiuti militari sono stati inviati ai paesi del Golfo.

Il governo nega di voler entrare in guerra, ma il nostro paese è già in guerra da anni.

Missioni militari italiane sono da decenni attive in Iraq, in Kuwait, in Libano, a Cipro, in Palestina, in Egitto, oltre che nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.

Noi disertiamo.

Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello stato.

Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra.

Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento.

Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere ed uguali che può porre fine alle guerre.

La lotta per la chiusura delle basi militari italiane, statunitensi e Nato è oggi più che mai cruciale.

Disertare la guerra non è un semplice slogan, ma una pratica concreta, che si rinforza nell’alleanza transnazionale di oppress* e sfruttat*.

Sabotiamo la guerra!

La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana

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